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24 Aprile 2022

Lavoro: ecco perché sono qui

Volevo spendere due parole e condividere con tutti voi qualcosa che mi auguro vi possa tornare utile anche per capire meglio il tempo in cui viviamo e quello che sta succedendo. E del perché sono ancora tutt’oggi qui in questo bellissimo territorio che spero di poter continuare a supportare e valorizzare con le mie competenze.

Era il 9 marzo del 2020 quando l’azienda per cui lavoravo (Sky Italia) incaricò i planner (risorse umane) di chiamare alcuni dei propri dipendenti che lavoravano in struttura per chiedergli di non presentarsi al lavoro fisicamente ma fare tutto quanto da casa a tempo indefinito – causa proliferazione nuova malattia (immagino sarà successo anche a molti di voi).

Designer, montatori, registi, persone che lavorano nella IT, copywriter e persino giornalisti – forse escludendo effettivamente i conduttori televisivi, che per ovvi motivi dovevano essere presenti in studio – furono quindi abilitati a lavorare direttamente dalla propria scrivania domestica.

Da quel lontano 2020 sono successe cose che mai avrei pensato. Cose davvero pazzesche.

Appena avuta l’occasione qualche mese dopo, decisi infatti di trasferirmi in montagna, a Teglio (paese che da il nome all’omonima valle, la Valtellina). Seppure all’inizio volessi tornare il più velocemente possibile in sede a lavorare (anche per i numerosi benefits aziendali, come la palestra gratuita … ma anche per interfacciarmi meglio con miei colleghi e scambiare due parole), a poco a poco il lavoro divenne sempre più strutturato per poter essere eseguito senza problemi in smart working.

SEDE SKY MILANO

Per questo motivo cambiai idea, capendo che questo modo di lavorare sarebbe diventato uno standard consolidato non solo per un’azienda grande come Sky (molti miei colleghi mi ricordo scherzavano con me perché appunto non capivano cosa avrei fatto se l’azienda ci avesse richiamato).

Mese dopo mese, ero sempre più deciso a rimanere nel posto che tanto mi piaceva, anche per il panorama, la tranquillità e l’aria pulita (e ovviamente non dimentichiamoci i famosi pizzoccheri). Teglio per me non era tuttavia solo un bel posto dove stare, era proprio il desiderio di libertà che fino a quel momento non avrei mai potuto pensare di avere, un ideale, non so se mi spiego …

Per due anni è filato tutto liscio, ovviamente se così si può dire, l’azienda non ha mai richiesto ai propri dipendenti la presenza, anche se in più occasioni si cercò di far rientrare tutte le “pecore all’ovile”.

Varie cose poi nel mezzo sono successe, Sky perse infatti il contratto per la Serie A di calcio (vinta da DAZN) e l’amministratore delegato, dopo le solite belle parole su una “Sky del futuro che partiva da tutti noi” decise di andarsene a pochi mesi dal suo incarico siccome gli era stata offerta una proposta economica migliore presso un’altra azienda.

Morale della favola: alla fine del 2021 ho cessato il mio contratto di somministrazione a tempo determinato con Sky Italia (a seguito dei soliti tagli al personale). Dico somministrazione perché, per fortuna, il decreto dignità di qualche anno prima impose alle aziende che davano forza lavoro alle grandi aziende (Manpower, Adecco, ecc.) di assumere a tempo indeterminato i lavoratori con più di tot anni di lavoro, anche se poi erano appunto somministrati a tempo determinato.

L’amministratore delegato di Sky del tempo di trattativa con DAZN, Maximo Ibarra

A farla breve è stato davvero un brutto colpo, per me come per molti altri, che però mi ha dato motivo di riflettere su diversi punti. Sinceramente mai avrei pensato che l’azienda per cui ho lavorato notte e giorno (e intendo letteralmente, visto che i turni televisivi ricoprono fasce orarie ovviamente diverse, oltre a lavorare spesso nei festivi), dopo tanto parlare anche di lavoro AGILE mi lasciasse a casa (in questo caso in senso di “senza lavoro” – scusate il gioco di parole). Anche perché mi impegnavo costantemente, lavorando anche quando semplicemente c’era bisogno e oltre gli orari di lavoro, perché avevo fiducia e credevo nella mia azienda, nonostante molte cose non andassero nel verso giusto.

Ebbene, tutto questo mi ha fatto enormemente riflettere, sulle certezze crollate del lavoro dipendente che una volta sembrava essere uno degli “arrivi della vita” e che ancora molte persone pensano sia questo. Scambiare il proprio tempo (produttivo e non produttivo) in cambio di denaro.

Nella sfortuna in realtà posso dire di avere avuto una grande botta di culo – perdonate il francesismo ma a volte ci vuole proprio: certo non è stato facile, ma ho avuto la forza per rialzarmi, anche perché comunque non sono mai stato licenziato effettivamente con l’azienda per cui tuttora lavoro come dipendente (Manpower), ed è grazie a quella forza che mi sono rimesso in discussione e ho deciso di puntare su quello che sapevo fare ancora una volta, ovvero grafica, 3D, web e animazione. Per questo motivo ho deciso finalmente di aprire partita IVA e lavorare autonomamente.

Vi starete certamente chiedendo allora dov’è la fortuna, voglio dire fin qui nulla di che, tutto regolare. La botta di c. è stata che mentre molti sono stati richiamati – sempre gradualmente – a lavorare in azienda come pre COVID-19, io possiedo ancora un lavoro a tempo indeterminato e allo stesso tempo offro consulenza a diverse aziende sparse in tutto il mondo come libero professionista, nel posto che volevo (ossia appunto la Valtellina).

Se c’è quindi una lezione che ho imparato è non far si che l’azienda dove si lavora diventi il proprio “motivo di vita”, essere sempre pronti ad un piano B, cercare sempre più collegamenti e connessioni tra persone. Insomma “Think Different”.

Ma soprattutto smettere di pensare di vendere il tempo della propria vita (come detto sia produttivo che non) per soldi. Cercare di far capire che quello che conta è il risultato del proprio lavoro e non l’essere legato ad una scrivania anche quando il lavoro è finito perché “sono pagato per stare lì come un allocco”.

Teglio non è stato un posto dove andare, ma un ideale da seguire per migliorare le cose.

Intendiamoci, non vorrei essere frainteso, lavoro più di prima e a volte anche di notte, ma sono contento che grazie anche alle mie decisioni il mondo stia gradualmente cambiando. Perché io amo e ho sempre amato il lavoro che faccio, quello che non mi è mai piaciuto è essere parte di un sistema di lavoro che ha reso soprattutto la mia generazione precaria, senza aspettative di crescita, irrealizzata ed infelice. Ed è anche per loro che combatto giornalmente.

Ovvio non a tutti i lavori possiamo applicare lo smart working, ma chissà un domani potremo avere nuovi modi di produrre quello che ci serve. L’importante è essere “open minded” per il futuro e cercare sempre una soluzione.

Quello che mi sento di dire a tutti, indiscriminatamente, è che anche quando tutto sembra andare nel verso sbagliato, rimboccatevi le maniche e usate il vostro “saper fare” per creare voi stessi delle opportunità, nuove regole del gioco. Non è facile, lo so benissimo, ma vi prego non mollate mai. Altrimenti avranno vinto loro, quelli che spingono persone leali e fedeli al lavoro a smettere di credere in loro stessi. Siate sempre i leader migliori per voi.

Infine tengo a precisare che smart working non vuol dire lavorare da casa, bensì lavorare in modo intelligente. Io stesso visito spesso e rimango all’interno di diverse aziende per molto tempo (soprattutto quelle legate al territorio dove sono ora), ma sia chiaro solo perché il contesto necessita a volte della mia presenza fisica. Non perché sono obbligato. Insomma è evidente: qualcosa è cambiato. Ad ognuno le proprie riflessioni.

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